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LA STORIA

E qualcosa rimane

16 settembre 2022 | diMario Calabresi

Il testamento è un argomento tabù per la maggioranza degli italiani, si pensa che lo dovrebbe fare chi ha grandi patrimoni o chi ha questioni spinose da dirimere, per il resto prevale l’idea che “chi vivrà vedrà”. Eppure, ciò che abbiamo messo da parte nella nostra vita, tanto o poco che sia, può essere non solo un aiuto agli eredi, ma anche un modo per far vivere le nostre idee dopo di noi.

Un’antica cartolina che ritrae gli orfani della Prima guerra mondiale (furono più di 260.000), pensando a bambini come loro George Bernard Shaw, disse: “Non posso avere nemici con meno di sette anni” (© Museo didattico digitale – Olga Fiorini)

Il giorno in cui venni nominato direttore de La Stampa, era la fine di aprile del 2009, mi fecero l’elenco delle mansioni che avrei dovuto svolgere, erano tutte cose che immaginavo e che erano previste, ma alla fine c’era un documento che diceva che avrei dovuto far parte del direttivo della Fondazione Specchio dei tempi. Non avevo idea di che cosa fosse, ma lo scoprii alla prima riunione la settimana successiva: la fondazione, che prendeva il nome da una storica rubrica del quotidiano torinese, era nata nel 1955 per dare sostegno a persone che si trovavano in situazioni drammatiche e che venivano segnalate dai lettori o erano raccontate sulle pagine del giornale. Si trattava di elargire borse di studio a bambini che restavano orfani, di dare assistenza a chi perdeva la casa per una calamità naturale, di comprare ambulanze per comunità sperdute in montagna, sostenere chi doveva fare interventi chirurgici particolari e poi ogni anno, a Natale, c’era la tredicesima degli anziani, una mensilità di pensione che Specchio dei tempi dava ad alcune migliaia di torinesi in difficoltà. Intorno al tavolo del direttivo c’era un gruppo di anziani signori, professionisti in pensione, che con infinito scrupolo vagliavano ogni richiesta per vedere che non ci fossero truffe e che i soldi fossero effettivamente necessari e poi ben spesi

La prima domanda che feci però fu un’altra: “Ma chi paga?”. La risposta fu per me inattesa: raccolte fondi e donazioni. Tante donazioni. Proprio quel giorno era arrivata la lettera di un notaio che comunicava l’apertura del testamento di una professoressa di latino e greco, senza eredi diretti, che aveva lasciato la sua casa in eredità alla fondazione. Negli anni avrei scoperto storie di meravigliosa e silenziosa generosità e avrei dato alla parola “testamento” un significato nuovo e diverso.

Ne parlo oggi perché qualche giorno fa ho scoperto che esiste anche una giornata dedicata all’idea di lasciare un pezzo della propria eredità a persone che non conosciamo, che non sappiamo nemmeno che esistono, è la giornata internazionale del lascito solidale, e si celebra ogni anno il 13 settembre. Me lo hanno segnalato dalla ONG Save The Children; volevo capire chi fossero le persone che fanno testamento in favore di chi non conosceranno mai, allora mi hanno messo in contatto con chi questa scelta l’aveva già fatta.

Il libro “I figli dei nemici”, di Raffaella Milano, che racconta la storia della fondatrice di Save The Children Eglantyne Jebb

Così ho conosciuto Monica Ventre, che ha 54 anni, si occupa di formazione in un’azienda farmaceutica, ha un matrimonio alle spalle e non ha avuto figli. Per lei tutto è cominciato quando una sera in televisione ha sentito parlare di un libro sulla storia di Eglantyne Jebb, la donna inglese che nel 1919, alla fine della Prima guerra mondiale, fondò “Save the Children”. Il suo obiettivo era aiutare i bambini austriaci e tedeschi, i figli dei nemici sconfitti, che morivano di fame. Immaginate la reazione dei suoi concittadini alla fine di una guerra che aveva ucciso mezzo milione di inglesi. Eglantyne trovò al suo fianco il commediografo e scrittore George Bernard Shaw, che pronunciò una frase definitiva: “Non posso avere nemici con meno di sette anni”. 

Quella sera Monica, conquistata da questa storia, cominciò a navigare sul sito della ONG e finì nella sezione in cui si parlava del lascito solidale. «Ho pensato al fondo pensione dei chimici a cui sono iscritta, mi sono chiesta a chi sarebbe andato, visto che non ho figli, solo un nipote ma con degli splendidi genitori che si prendono molto bene cura di lui, e nella mia testa ha cominciato a prendere forma l’idea che con quel TFR, con quel pezzo del mio lavoro che sono anni che viene messo da parte, si potesse fare qualcosa di speciale. Ho pensato a dei bambini che non sono ancora nati ma a cui avrei potuto dare una possibilità».

Lei è Monica Ventre, ha scelto di sottoscrivere un testamento solidale. Il Consiglio Nazionale del Notariato stima in più di 9.000 i testamenti solidali registrati in Italia, con un incremento del 10% negli ultimi 10 anni

«Io come donna single non ho avuto la possibilità di adottare, spesso ho pensato a che sensazione di completezza deve avere un genitore quando riesce a costruire qualcosa e pensa: questo resterà ai miei figli, questo resterà dopo di me. L’idea di lasciare un segno, di poter fare la differenza nella vita di qualcuno che nascerà con meno opportunità mi ha dato molta gioia. Così ho compilato tutte le carte necessarie, l’ho fatto con grande emozione».

Da quel giorno Monica ha parlato di questa scelta con tutti quelli che conosce, nella speranza di contagiare qualcuno, ma si rende conto che è un passaggio difficile, perché l’istinto di chi ha figli è di pensare a loro.
Ma lei cosa avrebbe fatto se fosse stata madre? «È una bella domanda a cui è difficile rispondere, ma mi piacerebbe dire che esistono anche le comunità oltre alle famiglie, che il mondo e i bisogni vanno anche oltre il nostro sguardo».

(Se volete capirne di più vi consiglio di andare a visitare il sitowww.testamentosolidale.org che raccoglie 25 organizzazioni non-profit italiane che promuovono la cultura del testamento solidale in Italia).