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LA STORIA

La bambina che ci ha cambiato la vita

8 luglio 2022 | diSilvia Nucini*

Il perimetro di ciò che è famiglia è fatto da una linea invisibile che smargina dalle Leggi e smentisce i teoremi delle convenzioni sociali; la geometria euclidea non può dimostrare perché la retta che parte dal piccolo braccio teso di Antonella e arriva fino a Paolo, fa di Paolo un padre. Ma è così, e la spiegazione va cercata altrove. «Quando siamo entrati nella stanza, lei era seduta per terra a giocare, ha studiato me e Marco per un po’, e poi ha fatto quel gesto: voleva solo darmi il suo pennarello. Dentro di me, quello, è stato l’inizio di tutto».

Paolo Pedemonte, Marco Valota e Antonella

La storia di Paolo Pedemonte, Marco Valota e Antonella è iniziata il 22 aprile, nemmeno tre mesi fa, quando – era un venerdì mattina, erano le nove – una delle assistenti sociali del Centro Affidi del Comune di Bergamo ha chiamato Marco per dirgli: «È arrivata, venite». Ma, come tutte le storie, era iniziata molto tempo prima, sotto forma di un desiderio.

«Stiamo insieme da sette anni e quasi subito ci siamo raccontati di un sogno che avevamo entrambi: diventare genitori», dice Marco. Continua Paolo: «Abbiamo preso in considerazione diverse ipotesi: la maternità surrogata (ndr, comunemente detta utero in affitto), senza giudicare chi la fa, non rientra nel nostro orizzonte etico. Andare all’estero per adottare era una possibilità. Ma poi ci siamo detti: siamo italiani, facciamo quello che ci permette la Legge italiana. Vediamo fino a dove possiamo arrivare. E così abbiamo cominciato a pensare all’affido. Veniamo entrambi dal mondo dell’associazionismo cattolico, l’idea di fare qualcosa di buono per gli altri è una parte importante delle nostre vite. L’affido ci è sembrato il modo giusto per mettere insieme la gratuità e il nostro egoismo».

Per molto tempo, però, Paolo e Marco non hanno fatto niente, indecisi sulla direzione giusta in cui muoversi, spaventati dalla possibilità di ricevere un no. «Un no che sarebbe stato un giudizio anche su chi siamo. Quindi, molto difficile da accettare». Poi, poco prima della pandemia Marco scrive una mail al Centro Affidi di Bergamo. Due ore dopo arriva la risposta: «Per noi va benissimo, basta che siate idonei, per noi non fa nessuna differenza. Magari sarà difficile, magari ci sarà un po’ di battaglia da fare, ma se voi ve la sentite, noi ci siamo per farla con voi».

Come sarebbe stata la strada, lì al centro non lo sapeva nessuno perché Paolo e Marco erano la prima coppia omogenitoriale della provincia di Bergamo a fare richiesta. Tanti altri come loro, scopriranno poi Paolo e Marco, avevano avuto paura di quel “no”. E invece una pandemia e una decina di colloqui con vari psicologi dopo, l’idoneità è arrivata. Nemmeno il tempo di festeggiarla, che una notizia ancora più bella l’ha superata: «Dieci giorni dopo essere diventati idonei al centro affidi ci hanno detto di prepararci che c’era bisogno di una famiglia affidataria per Antonella, una piccolina di dieci mesi». 

L’incontro con la mamma di Antonella, una ragazza molto giovane, è stato uno snodo fondamentale del percorso e non solo perché lei ha dato il suo benestare. «È come se quella prima volta lei, con le sue parole, ci avesse detto: prendetela e abbiatene cura», ricorda Paolo. A quel primo incontro ne seguono e ne seguiranno molti altri: Antonella vede la mamma una volta la settimana. «È come se insieme ad Antonella avessimo in affidamento anche lei, è come se le stessimo dando un pochino più di tempo per attrezzarsi e diventare una brava mamma». Paolo chiama questi incontri tra Antonella e la madre i “bagni di realtà”: «I momenti in cui torno con i piedi per terra e mi ricordo che non è figlia mia. La prima volta che le ho viste insieme dopo sono stato molto scosso, sono crollato in preda ad emozioni che non sapevo nemmeno di avere dentro di me. Ma con il tempo mi sono reso conto che il legame viscerale c’è anche con la mamma di Antonella: mi sto abituando a questo amore condiviso».

La piccola Antonella

L’amore condiviso è qualcosa che l’arrivo della bambina ha generato e propagato nelle famiglie, tra gli amici e nei concittadini di Carobbio degli Angeli, dove Paolo e Marco vivono. «Abbiamo passato le prime due settimane dopo l’arrivo della bambina a commuoverci per quello che vedevamo succederci intorno: amici che arrivavano con le macchine cariche di scatoloni con giocattoli e vestitini divisi per taglie e stagioni, associazioni e parrocchie che ci hanno scritto chiedendoci come potevano aiutarci, persone sconosciute che ci mandavano biglietti di auguri e piccoli regalini», dice Marco. 

«Una mia amica del liceo, che non vedevo da anni, mi ha spedito un passeggino. Il parroco del nostro paese è venuto a casa a conoscere Antonella e ci ha dato una mano per trovare un posto in un asilo nido», continua Paolo. «Io e Marco non siamo sposati, ma ci sentiamo da sempre famiglia al cento per cento. Non credevamo che anche gli altri ci vedessero così. Abbiamo scoperto una società più aperta e bella di quello che immaginavamo».

Per Paolo che si occupa di pubbliche relazioni e Marco che guida l’azienda di abbigliamento di famiglia, l’arrivo di una bambina così piccola è stato una specie di terremoto. «Abbiamo cambiato tutta la casa, e anche la vita. Siccome al nido andrà a settembre in questi mesi ci stiamo organizzando tra smart working, giornate che passa al lavoro con me e mia madre e altre in cui di lei si occupano tutti i nonni», racconta Marco. Paolo, che è un super appassionato di food, la sera si dedica alla preparazione delle pappe per il giorno successivo.

Antonella non parla ancora, ma tra poco lo farà. Paolo e Marco si sono chiesti che parole userà per loro. «Chi siamo noi? Papà? Zii? Nonni? Le psicologhe ci hanno detto che guiderà lei la scelta. Noi non le stiamo insegnando a chiamarci in nessun modo particolare. Probabilmente ascolterà i nostri nomi e li ripeterà, saremo Paolo e Marco. Se è importante il nome? No, non lo è. È importante che quando i nostri occhi si incrociano i suoi diventano contenti».

Quando Antonella è arrivata le assistenti sociali hanno detto alla coppia che la bambina si addormenta solo in braccio. «Ma io non ero disposto ad andare incontro a questo vizio», racconta Marco «così abbiamo trovato insieme, io e lei, il nostro metodo. Ci sdraiamo nel lettone, lei si mette sulla mia pancia e, mentre si addormenta, mi scivola accanto e io riesco a spostarla nel suo lettino». Paolo li guarda in silenzio «perché sono troppo belli».
Chiedersi quanto durerà è la domanda sbagliata, ma molto umana, che sta dietro ogni affido. Il tempo massimo è due anni, ripetibili fino a tre volte. Se Paolo e Marco hanno capito che quella è la loro strada è stato grazie ai racconti di altre famiglie affidatarie le cui storie, tutte diverse, dicono una cosa soltanto: che l’amore ha mille forme, infiniti intrecci, e nessuna data di scadenza.

«Ci siamo convinti che l’affido fosse un’esperienza meravigliosa la sera che abbiamo conosciuto una coppia di favolosi settantenni: girano sulla loro Harley-Davidson, sono pieni di tatuaggi e in casa hanno sempre una stanza pronta, un letto fatto per il “pronto intervento”. Significa che gli assistenti sociali li possono chiamare all’ultimo momento e dire: sta arrivando un bambino. Hanno già fatto otto affidi e sono disponibili per altri. Una lezione di vita incredibile», dice Paolo che pur nella convinzione totale della strada scelta, conserva un rimasuglio di amarezza. «Io e Marco siamo stati giudicati idonei come genitori affidatari. Idonei a fare un servizio allo Stato. Però di fronte all’eventualità dell’adozione, improvvisamente per la Legge non andiamo più bene. È strano no? Eppure, siamo sempre noi due, Paolo e Marco, proprio noi».

*Silvia Nucini è giornalista e autrice. Nel 2010 ha scritto il libro “È la vita che sceglie”, edito da Mondadori. È stata per 18 anni caporedattrice storie di Vanity Fair. Ora le racconta in molti posti e in molte forme. È autrice e voce del podcast “Voce ai libri”, prodotto da Chora Media