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IL LIBRO

La crepa e la luce

27 febbraio 2022 | diMario Calabresi

Per anni mia madre ci ha parlato intorno al tavolo della cucina, un tavolo tondo dove ci siamo seduti a prendere il caffè ogni volta che c’era qualcosa di importante di cui discutere. In quello spazio piccolo, sotto una foto in bianco e nero del Cervino, ha preso forma, nel tempo, un’idea ben precisa del mondo. Un’idea di superamento della rabbia e del rancore a cui lei ha dedicato due terzi della sua vita.

Il libro di mia madre Gemma, “La crepa e la luce” in uscita martedì 1 marzo, edito da Mondadori

Ad aprile dello scorso anno la convinsi a fare un’intervista podcast per parlare di quel percorso di pacificazione e di perdono cominciato cinquant’anni fa. Quel dialogo, che decidemmo di chiamare “La memoria ha le gambe” ha aperto una strada e ha spalancato i cassetti della memoria.
Così Gemma Capra, mia madre, la scorsa estate, ha deciso di provare a raccontare questo suo lungo percorso, cominciato il 17 maggio del 1972, quando a soli 25 anni rimase vedova con due bambini piccoli e un terzo nella pancia. 

Ne è nato questo libro, sorprendente anche per me, che ci mostra come l’odio e il desiderio di vendetta si possano trasformare in fiducia negli altri e in amore.
Si intitola “La crepa e la luce”, uscirà martedì 1 marzo, e qui ne anticipo il primo breve capitolo.

Capitolo 1 
Perdono

Ho un ricordo abbastanza confuso dei primi tempi. Che cosa facevo durante le giornate? Che cosa distingueva una dall’altra? Mi pare niente. Le ore passavano e basta e io come una sonnambula le guardavo passare, cercando di stringere con le mani i piccoli doveri che mi toccavano, le poche cose che lasciavano fare a me e che mi servivano per scandire quel tempo che era diventato un lunghissimo tubo di plastica, con la mia vita dentro. Sveglia i bambini, vestili tu, dagli un bacio e non piangere, apri una busta, apri la porta ai bambini, siediti per terra e gioca un po’ con loro e non piangere, mangia qualcosa, mangia qualcosa, prendi il Tavor, prova a dormire.
L’unico ricordo nitido che ho di quei giorni è quello che succedeva tra quando mi sdraiavo a letto e quando il sonnifero faceva effetto. I soli dieci minuti della giornata in cui mi sentivo viva. 
Immaginavo.
Immaginavo di comprarmi una parrucca rossa o bionda o nera e dei vestiti adatti, e di andare in certi posti dove ormai sapevo che li avrei trovati. Immaginavo di dire: credo nella vostra causa, sono come voi, sono una di voi, eccomi. Mentire a tutti, conquistarmi piano la loro simpatia, la loro fiducia. Ci sarebbe voluto forse un po’ di tempo, ma non era un problema perché io di tempo ne avevo, avevo tutta la vita di tempo. E poi una sera mi sarei trovata al posto giusto, in una casa, a cena, pochi intimi, i più fidati. E allora qualcuno lo avrebbe detto, avrebbe detto qualcosa tipo: ce l’abbiamo fatta, ci siamo riusciti. Avrebbe detto: sono stato io, vantandosi. Avrebbe pronunciato queste parole precise: l’ho ammazzato io Calabresi. Io avrei fatto un mezzo sorriso, socchiuso leggermente gli occhi perché non si vedesse quello che mi succedeva dentro. Poi avrei allungato piano una mano verso la borsa come se mi fosse improvvisamente venuta molta voglia di fumare, ma invece delle sigarette avrei preso una pistola. 
E gli avrei sparato.


In questi cinquant’anni non ho mai confidato a nessuno quello che ho appena scritto qui sopra, qualche volta ho cercato di nasconderlo anche a me stessa, tanta è la vergogna che anche in questo momento provo per quella fantasia di vendetta forse puerile che mi ha accompagnata per i primi tempi dopo l’omicidio di mio marito, il Commissario Luigi Calabresi. Mi do il permesso di farlo ora perché ho fatto un lungo e faticoso cammino che mi ha portata lontanissima da quei pensieri e da quelle emozioni. Adesso che la guardo da qui quella vedova di 25 anni con due bambini piccoli e un terzo nella pancia mi sembra così umana nella sua rabbia. Adesso che la guardo da qui, la strada in salita su cui ho camminato, mi sembra sia partita proprio da quel letto che in quei giorni di dolore era tornato a essere quello dei miei genitori: mio padre mi aveva lasciato il suo posto, e io dormivo il mio sonno chimico con mia mamma, come una bambina. 
E proprio perché è cominciato in quel punto così basso e lontano, mi sembra che ogni passo di questo percorso sia ancora più importante e che raccontarlo possa dire, a chi ha voglia di ascoltare, che si può fare. Si può vivere una vita d’amore anche dopo un dolore lacerante. Si può credere negli esseri umani anche dopo averne conosciuto la meschinità. Si può trovare la forza di cambiare prospettiva, allargare il cuore, sospendere il giudizio.
Ho 75 anni, non so quanto ancora durerà questo mio viaggio qui. Scrivo questo libro per lasciare una testimonianza di fede e di fiducia. Per raccontare l’esperienza più significativa che mi sia capitata nella vita, quella che le ha dato un senso vero e profondo: perdonare.