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LA STORIA

La voce di quello che non vogliamo vedere

30 settembre 2022 | diMario Calabresi

I naufragi nel Mediterraneo non fanno più notizia, qualche numero citato per dovere e per riempire elenchi burocratici, ma nessuna discussione, nessuna attenzione. Chi muore in mare è soltanto un numero, non un essere umano con un passato, un presente e delle speranze come futuro. Non ha un nome, un’identità e, molto spesso, nemmeno una sepoltura. A scuotere il mio torpore, a sfidare la mia assuefazione, è stata una mail arrivata all’inizio di quest’anno.

Questa è la foto simbolo scattata da Massimo Sestini, una delle immagini più potenti per raccontare la disperazione di chi attraversa il Mediterraneo (© Massimo Sestini)

La mail era di Cesare Martinetti, un amico giornalista con cui ho lavorato a La Stampa, grande esperto di Russia e di Francia, per alcuni anni corrispondente da Parigi per il quotidiano torinese. Cesare aveva appena tradotto dal francese un testo scabroso e sconvolgente scritto da Éric Fottorino, già direttore di Le Monde, in cui si immaginava un dialogo surreale fra un pescatore dell’isola di Lesbo, che non espone più sul suo banco spigole, saraghi e branzini ma i corpi degli annegati che recupera ogni notte in mare, e una cliente-viaggiatrice che lo interroga sgomenta. 
Il dialogo è sempre più serrato e mette in evidenza come la politica, l’opinione pubblica e il sistema dell’informazione abbiano girato la testa dall’altra parte e costruito meccanismi di autodifesa per non vedere più cosa accade ogni giorno nel nostro mare.

Quando l’ho letto ho provato un disagio profondo, ho visto davanti ai miei occhi il cinismo e l’indifferenza che abbiamo messo in campo di fronte a queste morti, e ho pensato che quel testo, che in Francia è diventato un libro e un dialogo teatrale, fosse da portare in Italia. Fosse necessario farlo ascoltare, per diffondere un po’ di quel malessere, per provocare delle reazioni, delle domande, per provare a scuotere il grande disinteresse in cui siamo immersi.

Il giornalista e scrittore Éric Fottorino

Era questa d’altra parte l’intenzione di Fottorino: scuotere la nostra ipocrisia collettiva. Un testo “dérangeant et qui bouscule”, così lo definisce l’autore: che disturba e che urta. Una fiaba cupa per denunciare l’assuefazione rispetto ai naufragi che avvengono ogni giorno nel Mediterraneo. La domanda di Fottorino era semplicemente questa: siamo ancora degli esseri umani? Com’è possibile tanta indifferenza? La “Pesca del giorno” sembra raccontare un altro mondo e appartenere a una società futura distopica nella quale i corpi umani sono diventati merce, una rappresentazione surreale ed estrema che ci riporta al passato schiavista quando, come scrive Fottorino, i mercanti di carne umana chiamavano la loro merce semplicemente “ebano” dal colore della pelle degli esseri che venivano incatenati e trattati, come oggetti, senza nome, privati anche dell’identità

Il pescatore del mercato di Lesbo ci butta in faccia un “j’accuse”, ai nostri governanti, al feticcio dell’idea di Europa che di fronte alla questione migranti perde essa stessa l’identità umanista fondatrice, a noi già trasformati a nostra volta in consumatori di carne umana, come dei cannibali. Il testo di Fottorino svolge pienamente il suo ruolo di letteratura “engagée“, impegnata, come se dicesse a tutti: indignatevi! Il mercato dei corpi umani fa già parte di questo nostro mondo, anche se non ve ne siete accorti. 

Il podcast di Chora MediaLa pesca del giorno”. Testo di Éric Fottorino, tradotto da Cesare Martinetti. Con le voci di Vinicio Marchioni e Milena Mancini

Dopo averlo riletto ho deciso di farne un podcast, ho cercato due attori che lo potessero interpretare e ho trovato le voci di due grandi interpreti come Vinicio Marchioni (attore diventato famoso con il ruolo del “Freddo” nella serie Romanzo Criminale e oggi, dopo una lunga carriera, tra i protagonisti di Siccità di Paolo Virzì) nella parte del pescatore e Milena Mancini (attrice di cinema e teatro) in quella della turista. 
Ora quel podcast è finalmente pronto, esce proprio mentre il dibattito politico è tornato a chiedere chiusure dei porti e blocchi navali, come se si potesse solo agire sulle conseguenze senza chiedersi come si possono curare le cause.
L’ascolto non è facile, ma il segno che lascia è fecondo e la riflessione profonda.
 
Lo presenterò questa sera, il 30 settembre, alle 19 al Festival di Internazionale a Ferrara insieme a Cesare Martinetti e a Cristina Cattaneo, professoressa di Medicina Legale all’Università degli Studi di Milano e direttrice del LABANOF, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense. La professoressa Cattaneo e il suo centro si sono dedicati in più occasioni ad un lavoro di identificazione dei migranti scomparsi nei naufragi. A dare un nome e un’identità ai corpi recuperati in mare, perché non sono numeri, identità indistinte ma ciò che si trova nelle loro tasche e i segni sulla loro pelle raccontano molte storie che forse preferiremmo non ascoltare.