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LA STORIA

L’ultima estate delle anguille

29 luglio 2022 | diFrancesca Milano*

“Lascia la macchina nel parcheggio, vieni a piedi dove c’è un ponte con un cancello, c’è un lucchetto ma è finto. Tira su la smerletta e vieni dentro”. Le istruzioni arrivano con un vocale via WhatsApp, ma assomigliano più a degli indizi di una caccia al tesoro che a delle indicazioni stradali. E infatti ci perdiamo, finiamo su un altro ponte che però non ha nessun cancello e nessun lucchetto. Alla fine ci trova lui, Pier Carlo Farinelli, capovalle del Parco del Delta del Po Emilia-Romagna. Ci fa salire su una piccola barca a motore, e inizia a raccontare.

Pier Carlo Farinelli è il capovalle del Parco del Delta del Po Emilia Romagna. Lavora qui da 45 anni e a dicembre andrà in pensione: quella che avverrà in autunno sarà la sua ultima pesca delle anguille (© Daniele Marinello)

«Quella che sta per arrivare sarà la mia ultima pesca delle anguille. Ho quasi 60 anni e faccio questo lavoro da 45 anni. È stata la mia vita, ma in ogni cosa c’è sempre un inizio e una fine». Mentre lo dice si capisce che Pier Carlo sta cercando di convincere sé stesso, più che noi. Dopo una vita intera, sta per dire addio alle Valli di Comacchio, a questi canali d’acqua, ai casoni dei pescatori e soprattutto a loro, le anguille. 

«L’anguilla è la regina delle Valli – spiega – perché ha sfamato per centinaia e centinaia di anni la popolazione di Comacchio. Qui non c’era altro, non c’erano fabbriche, non c’era il turismo, non c’era niente». Poi negli anni ‘50 sono iniziate le bonifiche e dei circa 60.000 ettari di parco ne sono rimasti solo 11.000.
«La bonifica è stata un errore – sostiene Pier Carlo – perché non ha portato nessun beneficio: non puoi trasformare un popolo che è sempre vissuto nell’acqua in un popolo di agricoltori». E così, i comacchiesi sono rimasti legati a quest’area e ancora oggi – nonostante lo specchio d’acqua salmastra del parco si sia ridotto – continuano a pescare.

«Per prendere le anguille c’è una cosa che è fondamentale – spiega: il buio di luna. Quando c’è luna calante e si alza la bora forte da nord, prima che faccia buio, io tiro su le chiuse e apro le chiaviche a mare per far entrare l’acqua. A quel punto le anguille adulte sentono l’acqua del mare e vengono giù, controcorrente, dalla valle. Perché il loro istinto è quello di andare a riprodursi nel Mar dei Sargassi».

Qui bisogna aprire una piccola parentesi, perché questa è una storia affascinante che abbiamo letto sui libri di scuola e poi dimenticato: le anguille di tutto il mondo, quando sono in età adulta e devono riprodursi, partono per un lungo viaggio fino alla zona dell’Oceano Atlantico chiamata Mar dei Sargassi. Durante questa migrazione – 6mila chilometri di distanza per le anguille europee – il corpo del pesce cambia: diventa color argento per confondere i predatori, la mascella cade (e le anguille non mangeranno più per tutto il viaggio), gli occhi diventano più grandi per vedere meglio nelle profondità marine. Nel Mar dei Sargassi le anguille adulte si accoppiano e muoiono, mentre le anguille giovani appena nate partono per il viaggio in direzione opposta, verso le acque europee, impiegando circa 3 anni per arrivare a destinazione.

Francesca Milano, con il fonico Daniele Marinello, ha realizzato il podcast “L’ultima goccia”, prodotto da Chora Media e promosso dal Gruppo Hera. È un audio-reportage dalla sorgente del Po fino al delta, un viaggio lungo il grande fiume d’Italia che è oggi il simbolo della straordinaria siccità del 2022. Nelle quattro puntate – disponibili gratuitamente su tutte le piattaforme audio e sul sito di Chora Media – si dà voce a chi i cambiamenti climatici li studia, a chi li subisce e a chi sta provando a cambiare le cose.

«Il loro istinto di andare verso il mare e intraprendere il viaggio verso l’Atlantico per riprodursi – riprende a raccontare Pier Carlo – è così forte che le anguille riescono a sfondare con la coda le griglie flessibili montate su queste strutture calate in acqua e chiamate lavorieri, e finiscono così nella “trappola” ideata dai pescatori secoli fa e usata ancora oggi».

I lavorieri funzionano in pratica da filtro: solo le anguille adulte riescono a superare il primo ostacolo, mentre quelle giovani e gli altri pesci restano indietro. È un sistema ingegnoso perché permette alle anguille più piccole e meno forti di continuare a vivere e a svilupparsi, e solo quelle adulte vengono pescate. «Se si ha la fortuna di avere un buio di luna e il vento di bora – dice Pier Carlo – in sei, sette notti si fa il pescato di tutto l’anno».

Fino a qualche anno fa, la pesca delle anguille avveniva tra settembre e ottobre, ma adesso con i cambiamenti climatici la stagione si è spostata in avanti di un paio di mesi. E così, il prossimo autunno sarà l’ultimo per Pier Carlo da capovalle, perché a dicembre, dopo la pesca, andrà in pensione. «Questo lavoro è sempre stato emozionante, e lo è ancor di più da quando sono capovalle, perché sono io che decido di aprire le chiuse. E vedere le anguille che arrivano tutte insieme, al buio, e che affrontano il lavoriero per seguire il proprio istinto di migrare è uno spettacolo».

Questo lavoro Pier Carlo l’ha imparato da ragazzino: «La mia era una famiglia numerosa – racconta – e, quando avevo 15 anni, un giorno mi hanno detto: ‘Tu da domani vai a lavorare’. Così non ho finito le scuole, ma ho fatto una scuola di vita insieme ai vecchi, qui. Ognuno di loro mi ha insegnato qualcosa: chi a girare con la nebbia, chi a pescare, chi mi ha insegnato come si manovra l’acqua in valle. Oggi se sono il capovalle lo devo a quei vecchi».
Essere il capovalle del Parco del Delta del Po significa anche gestire la regolamentazione idraulica, soprattutto adesso che i cambiamenti climatici stanno stravolgendo l’ecosistema. «Questa non è né acqua dolce né acqua salata – spiega -, è acqua salmastra. E il grado di salinità in Valle dovrebbe essere il 33 per mille per essere ottimale. Adesso invece raggiunge anche il 50 per mille perché non piove mai, e questo non va bene per le specie animali che vivono qui». Così, per mantenere sano questo ecosistema, Pier Carlo fa entrare acqua dolce dal fiume Reno, che però in queste settimane a causa delle scarsissime piogge ha una portata ai minimi storici.

I primi esemplari di fenicotteri sono arrivati qui nel 1992, e nel 2002 hanno iniziato a nidificare. Oggi è la colonia più numerosa d’Italia, con oltre 5mila piccoli (© Daniele Marinello)

Ma i cambiamenti climatici non impattano solo sui pesci: «Mi ricordo una giornata di novembre del 1992 – racconta Pier Carlo – stavo manovrando le chiuse e c’era un po’ nebbia. Alzo la testa e mi passano sopra questi strani uccelli. Non li avevo mai visti prima, confesso. Erano lunghi, avevano questa striscia rosa sulle ali. Erano fenicotteri. Ho pensato che fossero di passaggio, invece sono rimasti qua e nel 2002 hanno cominciato a nidificare: adesso abbiamo la colonia più importante a livello italiano e l’anno scorso abbiamo censito 5 mila piccoli».

“Mi sento fortunato – spiega Pier Carlo Farinelli – ho vissuto 45 anni in mezzo alla natura. Mio figlio, invece, lavora in fabbrica e fa sempre lo stesso lavoro. Io qui, nonostante il freddo, la nebbia, ho avuto ogni giorno davanti agli occhi questo spettacolo” (© Francesca Milano)

A bordo della barca del capovalle attraversiamo la laguna e ci inoltriamo in un canale in direzione della zona in cui nidificano i fenicotteri. Non sembrano spaventati, ma quando ci avviciniamo troppo si alzano in volo in stormo, mettendo in bella mostra le loro ali rosa. Attorno a noi, sugli isolotti, resistono i “casoni”, le vecchie case usate dai pescatori. «Un tempo erano proprio abitate – spiega Pier Carlo – poi abbiamo iniziato a usarle solo durante i mesi di pesca alle anguille. Si stava qui anche 30-40 giorni senza tornare sulla terraferma, aspettando la notte giusta per aprire le chiuse». Oggi i casoni sono abbandonati ma il loro fascino resta intatto. Lungo i bordi degli isolotti e delle sponde ci sono lunghe strutture di sostegno costruite con dei pali di legno conficcati sul fondale. «Li abbiamo messi noi 30 anni fa» ricorda Pier Carlo, e nelle sue parole c’è tutta la cura con cui si è occupato di questo parco, ogni giorno, per 45 anni.

Mentre torniamo verso riva, con un gesto del tutto naturale Pier Carlo si sporge dalla barca, mette un braccio in acqua e afferra un’anguilla, che però sguscia via in un attimo, neanche il tempo di fotografare la scena. Non ho il coraggio di confessare al capovalle che non ne ho mai mangiata una, Daniele invece ieri sera l’ha ordinata al ristorante ed è curioso di sapere come vengono cucinate. «Qui – racconta Pier Carlo – c’è una tradizione un po’ macabra per ammazzarle, perché noi le uccidiamo da vive: gli piantiamo un chiodo nella coda, per tenerle ferme, poi le apriamo a metà con il coltello e togliamo le spine. È un lavoro particolare e ci vuole molta manualità. Il tutto dura 10 secondi, poi si mette direttamente sulla griglia e infine finisce nel piatto».

“Sono grato ai vecchi che mi hanno accolto qui quando ero solo un ragazzino: ognuno di loro mi ha insegnato qualcosa: chi a girare con la nebbia, chi a pescare, chi mi ha insegnato come si manovra l’acqua in valle. Oggi se sono il capovalle lo devo a quei vecchi”, racconta Pier Carlo Farinelli durante l’intervista realizzata per il podcast “L’ultima goccia” (© Francesca Milano)

Scendiamo dalla barca e torniamo sotto il capanno. Pier Carlo si rimette sulla sua poltrona e racconta che negli anni qui sono venuti tanti giornalisti a intervistarlo. Una volta per parlare della bonifica, una volta per vedere i fenicotteri, una volta per uno straordinario furto di anguille da parte dei contrabbandieri, in una notte di nebbia. Questa, forse, è la sua ultima intervista da capovalle e il tutto ha un retrogusto amaro.

«In fin dei conti sono stato fortunato, ho vissuto 45 anni in mezzo alla natura. Mio figlio, invece, lavora in fabbrica e fa sempre lo stesso lavoro. Io qui, nonostante il freddo, la nebbia, ho avuto ogni giorno davanti agli occhi questo spettacolo. Ma questi 45 anni mi son proprio volati, purtroppo».

*Francesca Milano ha iniziato a fare la giornalista perché le è sempre piaciuto raccontare le storie delle persone. Ha collaborato con diversi giornali e ha lavorato per 15 anni a Il Sole 24 Ore. Oggi è responsabile dei podcast giornalistici di Chora Media.