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LA STORIA

Speciale Ucraina 03. Un piano quasi perfetto

8 marzo 2022 | diMario Calabresi

Tatiana mi racconta che ciò che le ha salvato la vita è la sua fissazione di «pensare dieci passi avanti». Tatiana viene da Irpin, il sobborgo di Kyiv dove i mortai russi hanno colpito e ucciso chi cercava di scappare. Lei è fuggita il primo giorno, ma aveva organizzato la fuga da tempo, cercando di immaginare il peggio, provando a figurarsi cosa le sarebbe servito nello scenario più drammatico.

Tatiana è riuscita ad arrivare in Romania scappando da Irpin il primo giorno della guerra

Tatiana ha 32 anni e nella capitale dell’Ucraina ha un negozio dove vende vitamine e integratori alimentari che importa da Canada e Stati Uniti. Le piace il mondo, ha un fidanzato sudafricano e il suo primo ragazzo, pugliese, le ha insegnato un po’ di italiano. Non pensa di essere pessimista per aver previsto il peggio, ma realista, e una cosa l’aveva calcolata fin dall’inizio: la sua via di fuga non sarebbe stata dal confine polacco, dove era sicura che sarebbero corsi tutti gli abitanti di Kyiv, piuttosto da quello rumeno, più tranquillo e sicuramente meno frequentato. 

Siamo nel bar di un piccolo albergo che aveva libera solo una stanza doppia ma ha accettato lei, i suoi genitori e i due cani. Mentre parliamo, in televisione passano le immagini della famiglia uccisa poco lontano da casa sua. Non riesce a guardarle.
«Le esplosioni del primo giorno mi hanno svegliata alle 5, non ho perso tempo, ho caricato la macchina e sono andata a prendere i miei genitori per trasferirci in una casa di campagna di nostri amici, che avevano già svuotato la cantina, che di solito usano come dispensa, dai barattoli di cetrioli, cavolfiori, cipolle, dalle conserve e dai sacchi di fagioli. Saremmo stati lì durante le notti dei bombardamenti».

Non riesco a non pensare alla foto più bella di Andy Rocchelli, fotografo italiano ucciso dai miliziani ucraini quasi otto anni fa nel Donbass. Quella che scattò pochi giorni prima di essere colpito: si vede un gruppo di bambini orfani nascosti nella dispensa di una cantina, proprio come è successo a Tatiana e ai suoi genitori. Otto anni fa era già tutto chiaro: quella guerra fratricida non si sarebbe fermata o esaurita da sola.

Ucraina, maggio 2014. Bambini rifugiati in una cantina per proteggersi dai bombardamenti a Sloviansk, durante il conflitto tra nazionalisti e separatisti filorussi (foto ©Andy Rocchelli/Cesura)

«Avevo preparato tutto una settimana prima – mi racconta Tatiana – perché sapevo che sarebbe scoppiata una guerra totale. Avevo fatto benzina: avevo riempito non solo il serbatoio dell’auto, ma anche delle taniche, perché era chiaro che il carburante sarebbe stata la prima cosa a scarseggiare. Poi avevo comprato molto cibo, di quello che non deperisce, a scadenza lunga; avevo preso parecchie bottiglie d’acqua e tante crocchette per i miei due cani, che sono madre e figlia. Poi, un attimo prima che si diffondesse il panico, sono andata in banca a ritirare tutti i soldi possibili dal mio conto e li ho cambiati in euro, immaginavo che ci sarebbe stato l’assalto ai bancomat. Avevo anche già preparato le valigie con tutti i vestiti più caldi e avevo messo in una busta tutti i documenti e i certificati che possiedo. Una sola cosa ho dimenticato, di prendere le foto più care, ho con me soltanto una foto di famiglia».

Per giorni, prima nella casa di campagna, poi su piccole strade secondarie – che il fidanzato le consigliava dal Sud Africa via WhatsApp, studiando le mappe e le zone dei bombardamenti russi – Tatiana e i suoi genitori hanno mangiato sempre e solo panini e cose fredde, ma oggi ha ottenuto l’uso della cucina dell’albergo: ha promesso ai suoi che preparerà una zuppa calda con le patate e la carne. 
Mi dice che spera di tornare a casa presto, che prega perché non le distruggano il negozio e mi ripete: «Non sono pessimista, ma quando senti che il vento soffia sempre più forte è meglio cercare subito un riparo».

La prima volta che ho visto Tatiana eravamo nel parcheggio dell’albergo e mi ha raccontato che la macchina le si era fermata poco prima del confine: la batteria era scarica, non riusciva a ripartire, così aveva attraversato la frontiera spinta da un gruppo di doganieri. Poi, in Romania, erano riusciti a riaccenderla con i cavi, ma l’alternatore si è rotto e stanno aspettando un pezzo di ricambio.
Quando arriva con le zuppe fumanti le faccio ancora una domanda: dove andrete quando l’auto sarà riparata? Resta un po’ in silenzio, poi aggiunge una parte del racconto che non mi aveva fatto: «Non tutto è andato secondo i piani. Mio fratello è rimasto dentro e con lui i suoi due figli piccoli. Vive solo, la moglie se ne è andata. Eravamo passati a prenderli ma lui non ha voluto farli partire con noi, vuole stare con loro. Così noi non sappiamo dove andare. Staremo qui al confine a vedere cosa succede e se le cose peggioreranno allora io farò qualcosa che nei miei piani non era previsto: tornerò dentro e li porterò fuori».