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L'INTERVISTA

Il suono del silenzio

11 febbraio 2022 | diMario Calabresi

«Nel silenzio si lascia parlare qualcosa che non siamo noi. Si impara ad ascoltare il visibile e l’invisibile. E poi, quando ci si sta bene, nel silenzio si accumula potenza». Che una poetessa sostenesse che il silenzio è la lezione più grande era un dato notevole, se poi una sua poesia è stata ascoltata da 16 milioni di persone contemporaneamente allora quest’idea è ancora più notevole. Ed è per questo che da qui partiamo oggi.

Questi versi sono tratti dalla raccolta “Bestia di gioia” (Einaudi, 2010)

Queste parole preziose sul silenzio sono state pronunciate da Mariangela Gualtieri, la poetessa che ha scritto “Bello Mondo”, la poesia letta da Lorenzo Jovanotti durante la quarta serata del Festival di Sanremo. Che milioni di persone ascoltassero 94 versi è una cosa incredibile, mai successa, e questo spiega perché oggi i suoi libri siano esauriti in tutte le librerie d’Italia.
Mariangela Gualtieri viene dal teatro, ama la parola ed è cosciente che la forza delle parole dipende dalla nostra capacità di non logorarle, di rispettarle, di non maltrattarle usandole a sproposito. Per questo non trovate sue dichiarazioni sui giornali, battute fatte in televisione, polemiche o tweet. Per questo sono onorato che abbia accettato di ragionare per Altre/Storie sulla poesia, sul tempo che stiamo vivendo ma soprattutto sulla gratitudine.

Lorenzo Jovanotti legge sul palco del Festival di Sanremo 2022 la poesia di Mariangela Gualtieri “Bello Mondo” (© Ansa)

Che sensazione le ha dato il fatto che le sue parole, che “Bello Mondo” fosse ascoltata contemporaneamente da 16 milioni di persone? 
 
«Ero incredula e contenta, anche perché è la più antologica delle mie poesie: il tema del ringraziamento è di Borges e alcuni versi sono suoi, poi ho cucito insieme versi di poeti che amo, trasformandoli in grazie, concertando tutto con versi miei. Dentro una sola poesia c’erano in realtà tanti poeti lì su quel palco. È una poesia molto amata, forse perché appena si comincia a ringraziare si è subito alleggeriti, si esce dalla gabbietta dell’io, pare quasi di attingere forza da tutto ciò che si nomina».

“Bello Mondo” è una poesia composta da 94 versi liberi, tratta dalla raccolta “Le giovani parole” (Einaudi, 2015)

Uno dei concetti più potenti della sua poetica è proprio la gratitudine, la capacità di provare empatia verso il mondo e le persone che incontriamo, la capacità di dire: grazie. Come si può provare gratitudine per la vita in un tempo complicato come quello che stiamo vivendo? 
 
«Per provare gratitudine occorre uscire da sé, fare meno di un passo ma verso fuori, alzare gli occhi al cielo, o giù, intorno, riavvicinarsi al selvatico del mondo, o guardare bene la faccia che ci sta davanti. Ma per questo micro-spostamento a volte non basta una vita intera. Non credo c’entri questo adesso così complicato. Alla gratitudine ci si educa e questo verbo, educare, è proprio perfetto perché contiene l’idea di essere condotti fuori, fuori appunto dal proprio angusto pollaio, dal proprio piccolo nome e cognome, dall’assillante pensiero entro cui siamo blindati. Forse aiuterebbe pensare di più al corpo celeste che abitiamo: una pallina tiepida e colorata che ruota in uno spazio gelido e color caffelatte. Per ora non conosciamo altri luoghi nell’universo così accoglienti, così furiosamente fecondi, capaci di generare nascite quasi ovunque. Questo pianeta-meraviglia è una tale rarità… già questa consapevolezza dovrebbe riempirci di gratitudine e di cura per ogni centimetro di terra».

La poetessa Mariangela Gualtieri (© Wikipedia)

Perché è fondamentale imparare ad essere grati?

«Educare alla gratitudine è la via per uscire dall’egocentrismo e dall’antropocentrismo che sono grandi mali della nostra specie. Si è grati perché si è attenti all’altro da noi, e nell’attenzione si coglie il contributo dell’altro al nostro stare bene, la sua preziosità, la sua unicità. 
La gratitudine è per me un modo del respiro. È il modo di essere empatici con tutto il resto e l’empatia potremmo pensarla come forza che regola tutto l’universo, quello che Dante chiama “la gran potenza d’antico amor”. Senza questo sentimento l’ecologia è solo cosmesi, mentre partendo da qui può diventare un naturale, gentile modo di essere e di pensare».

Quanto è importante saper dire grazie e ringraziare per ciò che abbiamo ogni giorno?

«La gratitudine è legata alla gioia. Non ha il peso di un debito, c’entra con il riconoscimento di un godimento. È importante essere grati perché è il primo passo per godere di ciò che è – e per averne cura. Siamo grati al sole, cioè felici, lieti e capaci di riconoscere quanto conti nelle nostre vite. Forse al sole non importa che noi siamo grati o meno, ma noi, nel momento in cui ne siamo consapevoli, diveniamo quasi parte di quella sua bellezza, quasi ne veniamo fecondati. Alla fine si può pensare che la nostra gratitudine lo aiuti a splendere, come sostenevano gli Indiani d’America. Fino alla grande rivelazione dell’oriente e anche del francescanesimo, per la quale tutto è uno».

Alcuni versi della poesia di Mariangela Gualtieri “Nove marzo duemilaventi”

Sono due anni da quando è arrivato un virus sconosciuto, da quando abbiamo sperimentato il primo isolamento, da quando ci siamo resi conto quanto fosse preziosa la nostra normalità. Prendendo spunto da “Nove marzo duemilaventi” le chiedo: cosa abbiamo imparato?

«Innanzitutto, credo, abbiamo imparato che ciò che chiamavamo normalità era un atteggiamento spaventosamente antropocentrico, causa di un logorio del mondo che se perdura porterà alla probabile nostra estinzione. Abbiamo imparato tutto ciò che ci è mancato. Noi amiamo di più in assenza, nella perdita, nella distanza, nella sconfitta. Abbiamo imparato che non siamo noi i migliori, non siamo la specie dominante e che una manciata di virus basterebbero ad annientarci. E poi tanto altro: quanto è bello darsi la mano, dormire abbracciati ad un amico, stare insieme in un teatro, al cinema, anche stare ammassati in una piazza, in una discoteca, prendere in braccio un bambino senza paura, sedere insieme ad una tavola, ricevere gente a casa, vedere le facce degli altri… la lista è lunghissima. A scapito del nostro narcisismo di specie, abbiamo imparato anche quanto è bello il mondo senza di noi. C’era un evidente agio e splendore dell’aria, delle piante e degli animali, quando noi eravamo chiusi in casa».

Ci resterà la consapevolezza che è un dono aiutarci a vicenda e che il nostro destino è comune? 

«Io spero diveniamo consapevoli che non solo il destino umano è comune, ma soprattutto che dipende da quello di tutti i viventi del pianeta. Senza allargare questo ‘noi’ oltre l’umano, senza includere le api, i lombrichi, le piante e tutto il sacro selvatico del mondo, non ce la potremo fare. La scienza ce lo sta gridando a più non posso». 

Un secondo estratto dei versi della poesia “Nove marzo duemilaventi”

Stiamo tornando a un fare furioso e abbiamo ripreso la corsa forsennata o ci sono segni di una nuova consapevolezza?
 
«Io sono molto colpita dal fatto che ora siano delle ragazzine a svegliarci e a rimproverarci.
Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante, è diventato ora il mondo salvato dalle ragazzine, perché mi pare siano soprattutto ragazze, nel mondo, a portare avanti una battaglia vitale. Ma i media le hanno quasi ridotte a folclore, anziché potenziare questo fenomeno sconvolgente: delle adolescenti che dovrebbero distruggere l’ordine del mondo adulto, chiedono, pretendono che quel mondo adulto risani il danno che ha fatto».
 
C’è un nuovo interesse per la poesia, la possiamo considerare una medicina contro la solitudine?
 
«È una medicina contro la superficialità, l’indifferenza, l’indurimento, la volgarità e tanto altro. La poesia è ora la più potente rivoluzione: ridà fecondità ed espressione ad una lingua sempre più impoverita e sterile. Ma noi, senza una lingua viva, ci disumanizziamo rapidamente».

Alcuni dei libri di Mariangela Gualtieri: da sinistra “Bestia di gioia” (Einaudi 2010), “Le giovani parole (Einaudi 2015) e “Paesaggio con fratello rotto” (Einaudi 2021)

A che età e come è nato il suo bisogno di fare poesia?
 
«Il bisogno di parola espressiva e sintetica credo ci sia sempre stato. Ho cominciato però a scrivere versi solo a 40 anni».
 
Chi dovremmo leggere o rileggere e a un quindicenne di oggi che si affaccia all’età adulta che poesia consiglierebbe?
 
«Nella mia esperienza, mi sembra efficace cominciare dal verso, da pochi versi. Da ogni poeta che sia tale si può tirare fuori un verso o una manciata di versi capaci di arrivare vicinissimo a chi ha 15 anni, e anche meno. Se fossi una insegnante inizierei le mie lezioni sempre con un verso. Si tratta di fare innamorare i ragazzi, di togliere la poesia dalle solfe scolastiche e far sentire loro che è energia pura, dinamitarda, incendiaria, loro grandissima alleata. È parola che può rendere più intenso ogni momento della loro vita, rendere straordinario ciò che appare ordinario. Da Dante ad Amelia Rosselli, da Saffo a Milo De Angelis, la potenza dell’innamoramento poetico è immensa e imprevedibile».